Matilde di Shabran
Soggetto

Matilde di Shabran, ossia Bellezza e Cuor di ferro, melodramma giocoso in due atti su libretto di Giacomo Ferretti, fu composta per il Teatro Apollo di Roma con la collaborazione di Giovanni Pacini e fu rappresentata per la prima volta il 24 febbraio 1821. Pochi mesi più tardi Rossini rivide l’opera e compose diversi pezzi nuovi - con la presenza nel libretto di un ruolo buffo in dialetto partenopeo - per un allestimento che andò in scena nell’inverno dello stesso 1821 al Teatro del Fondo di Napoli.

Il manoscritto autografo con tutti i brani scritti per la versione originaria (ad esclusione dei pezzi tolti da opere precedenti, di quelli scritti da Giovanni Pacini, e di tutti i recitativi), e con l’aggiunta in partitura dei pezzi che Rossini musicò successivamente per Napoli e per la replica parigina del 1829, è conservato nel Fondo Michotte, a Bruxelles. Il soggetto è tratto dal libretto di François-Benoît Hoffman, Euphrosine, del 1790.

 

Atto primo

In un antico castello di Spagna vive Corradino, detto Cuor di Ferro per la totale dedizione alle arti militari e per la fama di uomo truce e stravagante. La ferocia del suo carattere sembra confermata da due lapidi minacciosamente esposte tra i trofei militari che ingombrano l’atrio della residenza: «A chi entra non chiamato sarà il cranio fracassato» reca scritto una di esse. E l’altra: «Chi turbar osa la quiete qui morrà di fame e sete».

Al servizio di Corradino sono il torriere Ginardo e il medico Aliprando. Giunge al castello un gruppo di contadini, guidati da Egoldo. Essi portano in dono frutta e ortaggi al loro signore, ma decidono ben presto di darsela a gambe, spaventati tanto dalle due epigrafi quanto dalle parole di Aliprando, che descrive con accenti terrificanti la crudeltà di Corradino verso gli uomini e il suo odio nei confronti del sesso femminile. Arriva al castello anche Isidoro, un poetastro che ha ormai raggiunto la Spagna, dopo essere partito alla ventura da Napoli con la sua chitarra, nella speranza di trovare un mecenate disposto a mantenerlo in cambio di servigi letterari. Il suo incontro con Corradino non è tuttavia dei più felici: il misantropo, infatti, è deciso ad ucciderlo per il solo fatto di essersi imprudentemente sospinto oltre la soglia del castello. Poco o nulla può Aliprando nell’adoperarsi in difesa dello sprovveduto poeta: Corradino, convinto che si tratti o di un assassino o di una spia, ordina ai suoi armigeri di rinchiuderlo in prigione. Aliprando tenta allora di distrarlo dai suoi propositi con l’annuncio che Matilde di Shabran, figlia di un valoroso uomo d’armi che l’ha a lui raccomandata prima di morire in battaglia, desidera fargli visita. Il feroce castellano accetta di riceverla soltanto in omaggio al valore del padre. Ma chiede che intanto gli sia ancora una volta condotto innanzi il nobile Edoardo, figlio di Raimondo Lopez: un giovane che egli trattiene prigioniero al castello solo perché, dopo essere stato sconfitto in combattimento da Corradino, continua orgogliosamente a rifiutare di dichiararsi vinto e di prostrarsi ai suoi piedi. Conclusosi ancora una volta senza esito l’incontro tra i due, entra Matilde, accompagnata da Aliprando. La bella fanciulla ha un preciso disegno: fare innamorare di sé Cuor di Ferro, che di amore per una donna in vita sua non ha mai voluto sentir parlare. Il progetto di Matilde trova subito una fiera avversaria nella Contessa d’Arco, anch’essa ospite al castello e per nulla intenzionata a lasciarle campo libero. Tempo addietro, infatti, Corradino era stato promesso alla Contessa in matrimonio, a seguito di un patto di guerra. Ma era poi riuscito a procrastinare l’odiato passo, impegnandosi con la famiglia di lei all’obbligo di non sposare alcun’altra donna. Le due aspiranti al cuore apparentemente irraggiungibile del guerriero si confrontano in un feroce battibecco, dopo il quale Matilde riesce anche a tener testa alle parole poco galanti di Corradino, che ne rimane come incantato. Al comportamento scopertamente provocatorio di Matilde, la Contessa va in mille furie per l’oltraggio. Ma Corradino non sa in alcun modo reagire: si dibatte nell’incertezza, domandandosi se far mettere in catene o allontanare la nuova arrivata, mentre il sangue gli pulsa tumultuoso nelle vene. Cuor di Ferro non sa nulla del mal d’amore, che lo sta irreparabilmente aggredendo: percorso da un torrente di fuoco, esige che il suo medico individui sull’istante la causa di questa sconosciuta febbre, e la rimuova senza indugio. Di fronte all’impotenza di Aliprando, Corradino matura il sospetto di essere vittima di un sortilegio, forse messo in atto da Isidoro. Ordina perciò di condurre il poeta al proprio cospetto, lo interroga, lo dichiara su due piedi negromante e lo condanna a morte. Ma sopraggiunge la bella Matilde, la cui presenza Corradino non sa più se evitare, in quanto causa del suo strano malessere, o ricercare, per il piacere tormentoso e sconosciuto che gliene deriva. Ogni parola di lei ha la forza di un dardo, che lo trafigge e lo commuove al punto da farlo cadere ai suoi piedi a dichiarare ed invocare amore, dimentico dei presenti che se la ridono alle sue spalle. La passione ha ormai tramutato l’indomito leone in un trepido agnellino.

D’improvviso, una campana a martello e un rullo di tamburo annunciano l’avvistamento di alcune squadre armate, alla testa delle quali il padre di Edoardo si sta avvicinando al castello, alla ricerca del figlio. Rodrigo, capo degli armigeri di palazzo, prepara i suoi uomini alla sortita. Con essi e con Corradino si accingono ad uscire dal castello anche Matilde, Ginardo, Aliprando e la Contessa. Tiene alta la bandiera della pittoresca armata Isidoro, che si considera ormai poeta di corte a pieno titolo e si appresta perciò a mettere in versi le gesta del suo condottiero. Edoardo, nell’apprendere quanto sta accadendo, vede la vita del padre in pericolo per lo scontro imminente e scoppia in lacrime. Matilde intercede in suo favore, supplicando Corradino di agire finalmente con umanità e clemenza. Così facendo, tuttavia, scatena in lui il tremendo sospetto di un favore sentimentale verso il giovane prigioniero. Per quanto infondata, la gelosia prende a divorare Corradino, facendo ardere d’invidia la Contessa: è infatti la prova più evidente del trionfo amoroso della sua rivale.

 

Atto secondo

In un angolo tranquillo della campagna circostante il castello, Isidoro, sottrattosi alla chetichella dalla battaglia, si accinge alla stesura delle sue memorie militari, autocelebrandosi come protagonista di improbabili gesta di valore: ma è la Musa stessa della poesia che, a suo dire, va ispirandogli la fantasiosa narrazione. Entra Raimondo che, abbandonato nello scontro dai suoi uomini, ormai dispera di poter riabbracciare il figlio. Dal canto suo, Edoardo, pur ritrovandosi in libertà grazie all’intervento - egli crede - di Matilde, invoca la morte perché è convinto che suo padre sia stato ucciso in armi. Udire perciò d’improvviso la voce del genitore che in lontananza lo chiama è per lui motivo di una felicità quasi insostenibile. Sopraggiunge invece Corradino, che si infuria nel vedere Edoardo libero. Quando poi questi gli confessa che è stata la bella Matilde a scioglierlo dalle catene, Corradino, sentendosi da lei tradito, rivolge contro l’amata l’ira che lo va divorando. Intanto, al castello, dove Matilde attende ansiosa di conoscere l’esito della battaglia, la Contessa trama ai suoi danni: è stata lei a corrompere il carceriere e a rimettere in libertà Edoardo, per far cadere sulla bella rivale la vendetta di Corradino. Ritorna Isidoro e le due donne gli chiedono notizie: il poeta, naturalmente, si attribuisce straordinarie virtù belliche oltre a tutto il merito della vittoria. Tocca a Ginardo e ad Aliprando ricondurre alla verità le fanfaronate di Isidoro: in realtà le squadre di Raimondo hanno subito battuto in ritirata di fronte agli armigeri di Corradino, che si è inoltrato da solo nella foresta per sfidare il suo avversario a singolar tenzone. Matilde chiede che si esca subito alla sua ricerca, quando un rullo di tamburo ne annuncia l’arrivo. Appena rientrato al castello, Corradino chiama Matilde a rispondere della fuga di Edoardo. A complicare la posizione della giovane, il capo degli armigeri reca una misteriosa lettera indirizzata a Matilde, che la Contessa si fa consegnare e legge ad alta voce: si tratta di un appassionato ringraziamento che Edoardo sembra rivolgere alla sua bella liberatrice. Alla Contessa non resta che dichiarare apertamente il tradimento di Matilde, che tenta invano di difendersi. Tra lo sconcerto e l’incertezza generale, solo Corradino sembra non avere dubbi: ordina ad Isidoro di gettare la fanciulla in un torrente che scorre in fondo a un burrone, presso il castello di Raimondo. Si ritira poi pensieroso a meditare sui propri errori: il solo fatto che si trattava di una femmina avrebbe dovuto indurlo sin dal primo momento a non fidarsi di Matilde... Isidoro rientra ed espone al feroce castellano un dettagliato rapporto poetico sulla missione compiuta; la Contessa, finalmente, si sente vendicata. Ma sopraggiunge Edoardo, che rivela a Corradino non essere stata Matilde a liberarlo, ma il custode Udolfo, corrotto dal denaro della Contessa che intendeva così liberarsi della sua rivale. La notizia getta Cuor di Ferro nella più cupa disperazione. Oppresso dal rimorso, decide di seguire l’amata nella morte, ed esce nella notte per gettarsi in fondo al medesimo dirupo. Ginardo ed Aliprando tentano di trattenerlo, quando appare Edoardo che conduce per mano Matilde, viva e vegeta, fuori dal suo castello: Isidoro l’aveva sì uccisa, ma solo «per metafora, per parlar figurato, per licenza poetica». Prostratosi ai piedi dell’amata, Corradino ne implora il perdono. Matilde esige in cambio che egli apra il suo cuore alla bontà e si riconcili con Raimondo. Quanto alla Contessa, già il vedere Matilde viva sarà per lei punizione sufficiente. Ora è tempo che Isidoro componga un sonetto nuziale, mentre il sipario scende sull’inno che Matilde leva all’amore e alla femminilità.